Badante in Naspi: può lavorare, ma occhio alle regole

Lavorare e percepire la Naspi, si può, ma a determinate condizioni.
pensioni

La Naspi è l’indennità di disoccupazione che l’Inps eroga ai cittadini che perdono involontariamente il lavoro.

Anche alle badanti, alle colf, alle baby sitter, se regolarmente assunte, si applica questo strumento. La Naspi quindi, è l’ammortizzatore sociale utile ai disoccupati quando perdono il lavoro.

Molti però di chiedono se durante il periodo di fruizione della Naspi possono lavorare. Naturalmente parliamo di lavoro non continuo, perché è evidente che una nuova assunzione porta allo stop dell’indennità per disoccupati.

Ma vi sono diverse tipologie di lavoro che ha legge ammette come possibili durante la fruizione della Naspi. E con impatto differente sull’indennità stessa.

Posso lavorare durante la Naspi?

Non sono pochi i nostri lettori che ci chiedono se sia possibile lavorare mentre si è nel periodo di beneficio Naspi.

Per esempio, Irina, badante, ci chiede:

“Salve, sono badante. Vorrei avere informazioni sul lavoro occasionale. Percepisco la Naspi da in mese ed ho diritto a 6 mesi di indennità. Devo andare a lavorare per qualche settimana sotto contratto. Posso utilizzare il lavoro occasionale per non perdere la Naspi?”

Partiamo col dire che lavorare per qualche settimana non è vietato per il solo fatto di percepire l’indennità per disoccupati Inps. Si può fare. Le vie sono diverse, qualcuna però consigliabile rispetto alle altre. Ma occorre fare attenzione ad una normativa che prevede lavoro occasionale, lavoro accessorio, libretto famiglia e così via.

Per esempio, si parla di lavoro autonomo occasionale per quei soggetti che svolgono attività professionali con carattere temporaneo e senza continuità. L’indennità di Naspi però rischia di essere ridotta nel momento in cui un beneficiario del sussidio inizia un lavoro autonomo da cui deriva un reddito inferiore al limite previsto per il mantenimento dello stato di disoccupazione.

Tale limite è stabilito per legge e deriva dall’articolo n° 13 del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir). Nello specifico si legge che “si considerano in stato di disoccupazione anche i lavoratori il cui reddito da lavoro dipendente o autonomo corrisponde a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti”.

In altri termini, per mantenere lo status di disoccupazione non si devono superare 8.145 euro di redditi da lavoro dipendente e 4.800 euro di redditi da lavoro autonomo. Per il lavoro autonomo occasionale si intende una prestazione che produce compensi inferiori ai 5mila euro l’anno di cui massimo 2.500 euro a committente.

Nel caso di prestazione occasionale e non di lavoro autonomo occasionale nessun adempimento è a carico del beneficiario che non sarà tenuto a comunicare nulla all’Inps al riguardo. Per il lavoro autonomo occasionale invece, occorre comunicare all’Inps il reddito presunto da questa attività, che poi sarà conguagliato quando si avranno a disposizione i dati effettivi del reddito percepito.

La Naspi viene ridotta in misura pari all’80% del reddito che si prevede di realizzare con detta attività.

Lavoro occasionale accessorio

Altro discorso è il lavoro occasionale accessorio, disciplina che riguarda attività non continuative legate a un rapporto con un committente prestabilito. In questo caso si può utilizzare il libretto famiglia, l’alter ego dei vecchi buoni lavoro o voucher che dir si voglia.

Con tale strumento è possibile lavorare con i nuovi voucher durante la fruizione della Naspi, a condizione che non si superi il tetto massimo di 5.000 euro annui di reddito.

In caso di lavoro occasionale di tipo accessorio, fino a 3.000 euro di reddito, il soggetto continua a percepire la disoccupazione. Potrà quindi ricorrere al lavoro accessorio e guadagnare fino a 3.000 euro annui senza dover rinunciare all’assegno.

La Naspi quindi è interamente cumulabile con i compensi derivanti dallo svolgimento di lavoro occasionale di tipo accessorio nel limite complessivo di euro 3.000 annui. Per i compensi che superano il detto limite, invece, deve essere applicata la disciplina ordinaria con la decurtazione di cui prima. E la comunicazione all’Inps deve sopraggiungere prima che il compenso sfori i 3.000 euro.

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