Proibizionismo droghe a due anni dalla condanna di El Chapo

Una fine necessaria dopo i continui fallimenti di giustizie e polizie. Due anni dalla condanna di El Chapo
sentenza

Il 17 luglio 2019, due anni fa, il giudice di New York Brian Cogan condannò il leader del cartello di Sinaloa, Joaquín el Chapo Guzmán, all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza per traffico di droga e a più di 30 anni per violenza armata e 20 anni per riciclaggio di denaro (1). Due anni dopo, quella sentenza non è cambiata affatto la malavita messicana e il narcotraffico internazionale.


Il processo ha avuto poco o nessun impatto sul traffico di droga. Un esperto messicano in materia, Ismael Bojórquez, direttore del settimanale Riódce, sostiene che quello che alcuni hanno chiamato il processo del secolo ha prodotto poche conseguenze. “La droga continua a raggiungere le strade delle città gringo, i loro quartieri e le ville sontuose. In Messico, migliaia di persone continueranno a morire nella lotta per le rotte e i loro mercati”, ha scritto nella sua rubrica Altares y Sótanos del settimanale.

E’ quanto accade da diversi decenni in Usa e non solo. Si arrestano e si condannano malavitosi di varia tacca, nazionale e transnazionale, per i loro traffici illegali. Narcotrafficanti che, quando portano le loro merci in Europa, si accordano con le mafie italiane e balcaniche per la distribuzione sul territorio. Prodotti e mercato che non hanno risentito della crisi covid, anzi hanno con molta più rapidità (il non-passaggio dalle burocrazie varie è innegabilmente un vantaggio) dei mercati legali, trovato nuove e più fruttifere strade. Qualunque loro prodotto, dalla marijuana al crack, dal Mdma all’eroina e alla cocaina, sono sulle strade fisiche e virtuali della nostra quotidianità.


E come la giustizia Usa che ha trattato criminali del rango di El Chapo, anche la nostra giustizia (italiana ed europea) non è stata da meno (2). Qualcuno può sostenere che grazie alle politiche antidroga sia cambiato qualcosa nei mercati illegali?
Non è un caso, che piccoli cambiamenti si sono notati solo in quei Paesi (Uruguay e Canada) e nei 27 Stati Usa dove la marijuana è stata legalizzata. E sempre piccoli lì dove la cannabis terapeutica è entrata nella farmacopea ufficiale, anche se la stigmatizzazione sanitaria, sociale e politica continua a rendere ancora una chimera questa legalizzazione.

A due anni dal processo del secolo al leader del cartello di Sinaloa (uno dei più potenti in tutto il mondo), siamo sempre allo stesso punto.
Continuano ad avere torto tutti coloro che sostengono sia giunto il momento di dichiarare fallita la “war on drugs” proclamata dagli Usa? E che sia giunto il momento per una legalità diffusa, a partire dal cambiamento di quei trattati internazionali che sono base ed alibi perché i singoli Stati non decidano la fine del proibizionismo?

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

COMUNICATO STAMPA DELL’ADUC
Associazione per i diritti degli utenti e consumatori

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