Riforma pensioni: combinazione 60+20 quella più gettonata

In vista dei futuri incontri tra governo e sindacati continuano a fuoriuscire ipotesi e misure che sono lontane da quelle attese dai lavoratori, ma il contributivo permetterebbe uscite flessibili.
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Nel 2022 senza la quota 100 verrà meno un canale di uscita anticipata per la pensione. Questa l’unica certezza che al momento c’è nel sistema previdenziale italiano. Infatti tutto il resto, tutte le misure di cui tanto si parla, sono solo ipotesi e basi su cui aprire un ragionamento approfondito.

L’occasione saranno quelli che sembrano imminenti summit tra governo e sindacati, preannunciati anche dal Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ma ancora oggi non messi in calendario. Quota 102, oppure quota 41 per tutti, o ancora, la pensione in due quote proposta dal Presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, per non andare ancora più indietro a risotterrare vecchie proposte come quelle di Cesare Damiano o Tommaso Nannicini.

Una cosa certa è che probabilmente nel 2022 qualcosa peggiorerà dal punto di vista dei requisiti di uscita per le pensioni. Lo dice la logica e lo dicono quelli che guardano ai diktat europei come ordini da assecondare visto che l’Italia è stata la Nazione più salvaguardata dalla divisione dei fondi del Next Generation EU, cioè dal famoso Recovery Plan.

Le proposte dei sindacati, con una pensione flessibile a 62 anni con 20 anni di contributi o la quota 41 senza penalizzazioni sono piuttosto difficili da portare a termine. Ma tra tutte queste misure ne sta una che piace ai lavoratori? Una domanda posta da noi di Pensioni e Fisco ai nostri lettori che vorrebbero però una misura davvero flessibile e che parta dai 60 anni di età. Ed è una visione di riforma che ci trova d’accordo, anche perché siamo in epoca contributiva e come vedremo, non esiste sistema basato sul montante dei contributi che non preveda misure flessibili e piuttosto sostenibili, se il problema è quello dei conti pubblici.

La pensione a 60 anni a scelta del lavoratore

Il sistema contributivo funziona come una specie di salvadanaio. In pratica si mettono da parte mese per mese durante il lavoro, dei soldi che poi saranno la pensione futura percepita. Che significa tutto ciò? Significa che un lavoratore più lavora, più versa, più mette da parte per la quiescenza.

Per questo prima si esce e meno si prende di pensione, vuoi perché sono di meno i contributi versati e vuoi perché il sistema è basato sui coefficienti di trasformazione del montante contributivo in pensione, che sono tanto meno favorevoli quanto prima si lascia il lavoro.

Ma nel mondo del lavoro ci sono esigenze diverse a seconda del lavoratore interessato. C’è per esempio chi ha perso il lavoro (e con il Covid sono tanti), oppure chi è stanco della sua attività lavorativa logorante. La pensione a partire dai 60 anni, con 20 anni di contributi versati (ma c’è chi ritiene il requisito contributivo minimo da depennare del tutto), potrebbe essere la soluzione.

Infatti verrebbe lasciata al soggetto interessato la libera scelta di uscire o meno dal lavoro, in base alle sue esigenze ed in base alla pensione che vorrebbe percepire e che gli è sufficiente per vivere.

Il sistema contributivo nasce come sostenibile per il sistema

È proprio ciò che prevede il sistema contributivo a determinare quella che per noi è una assoluta fattibilità della misura di uscita a 62+20. L’importo della pensione è basato anche sullo stipendio, perché più reddito si produce con il lavoro maggiori sono i contributi da versare.

Sarà l’interessato, in base alle sue condizioni di vita, ai risparmi che ha o alle forme di previdenza alternativa (magari con fondi pensione assicurativi per esempio), a scegliere se “accontentarsi” di poche centinaia di euro di pensione uscendo a 60 anni, piuttosto che continuare a lavorare fino ai 67 o oltre per poter percepire un trattamento superiore.

Senza considerare che il “salvadanaio” che è il montante dei contributi, è riempito da soldi che appartengono al lavoratore che dovrebbe essere libero di scegliere quando passare all’incasso. E per lo Stato non aumenterebbero i costi, o almeno, nel lungo periodo, erogando una pensione bassa ma liberamente scelta dal lavoratore che ha preferito il “poco e subito al tanto e lontano”, si potrebbero avere dei risparmi.

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