Pensioni, ecco il piano: Quota 102 subito, e poi 104 dal 2023, solo statali o per tutti?

Caos pensioni in Cabina di Regia con la proposta di aprire a quota 102 come salvaguardia dallo scalone di quota 100 che piace poco.
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E meno male che dovevano salvaguardare quelli che sarebbero stati i più penalizzati dalla fine delle pensioni con quota 100. Infatti ciò che ieri è emerso da Cabina di Regia e CDM sulla prossima legge di Bilancio mette in luce un pacchetto pensioni che fa rabbrividire. Proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna, e poi, via con le due nuove quote, 102 e 104.

Peggiorano le possibilità di andare in pensione dal 2022, perché le novità sono alquanto discutibili tanto è vero che anche i sindacati le contestano.

Quota 102 e quota 104, ma siamo sicuri che siano soluzioni ottimali?

Il sistema deve essere dotato di flessibilità, così come ci sono lavoratori che devono essere collocati in pensione prima dei 67 anni di età che oggettivamente sono troppi. Sono queste le problematiche del sistema che dal 2022 perderà la misura che effettivamente permetteva questo, cioè quota 100.

Ma il governo pensa ad altro, infatti si pensa a detonare il colpo che il sistema subirà dal termine di quota 100 in termini di possibilità di uscita dal lavoro, con due misure tra 2022 e 2023. Si tratta di quota 102 e quota 104. Ma siamo sicuri che si possono definire misure di pensionamento anticipato? Noi crediamo di no. Quota 102 dovrebbe consentire le uscite con 64 anni di età e con 38 anni di contributi. L’età minima a 64 anni esclude anagraficamente tutti quelli che non erano riusciti ad accedere a Quota 100 e quindi i nati dal 1960 in poi.

E dal 2023 si passerebbe a quota 104, ovvero a 66 anni di età con 38 anni di contributi. Ma la chiamano pensione anticipata? Ad un lavoratore di 66 anni mancherebbe un anno ai 67 della pensione di vecchiaia. Una assurdità, una genialata, come quella del Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti che ieri in Cabina di Regia, come si legge sul Corriere della Sera, ha suggerito di aprire ad una quota 102 solo per gli statali. Non è chiaro se voleva dire lasciare intatta la quota 100 per gli altri, oppure lasciare lo scalone di 5 anni per gli altri e favorire, se così si può dire, i lavoratori del pubblico impiego.

Le proroghe delle misure non bastano perché sono le misure ad essere particolari

Prorogare l’Ape sociale, Opzione donna e potenziare il contratto di espansione. Se questa è la via della flessibilità che questo governo vuole prendere, qualcosa non torna. Estendere la platea dei lavori gravosi a cui concedere l’Ape sociale è una cosa buona senza dubbio. Ma l’Ape sociale non è una misura tipicamente previdenziale, anzi, somiglia più ad un ammortizzatore sociale, ad una misura assistenziale.

Servono una “barca” di contributi versati (30 anni per i disoccupati, i caregivers e gli invalidi, 36 anni per i gravosi) e si esce dai 63 anni di età. Per i gravosi però molto dipende da cosa è stato scritto nel contratto di lavoro e nella busta paga, perché occorre che il lavoro gravoso sia evidente come inquadramento. Tra codici e vincoli, non sono poche le difficoltà che sono state riscontrate dai lavoratori che hanno provato a percepire la pensione.

E poi l’Ape è una misura di accompagnamento ai 67 anni di età per la pensione di vecchiaia. Un assegno temporaneo, diverso dalla pensione perché senza tredicesima, senza maggiorazioni, senza assegni familiari e non reversibile in caso di decesso del beneficiario.

Opzione donna invece è una misura tra le più penalizzanti mai introdotte nel nostro ordinamento. È vero che permette uscite dal lavoro a 58 o 59 anni, rispettivamente per lavoratrici dipendenti ed autonome, ma a queste viene chiesto di sacrificare oltre il 30% della pensione come “pegno” per l’anticipo per via del calcolo contributivo a cui sono assoggettate.

E poi l’estensione del contratto di espansione, rendendo disponibile anche nelle aziende con almeno 50 dipendenti (oggi il tetto è fissato a 100 dipendenti in organico). Si permette di anticipare di 5 anni la pensione, ma occorre un accordo con i sindacati e le aziende, con queste ultime che devono sobbarcarsi l’onere dell’assegno di prepensionamento per 5 anni. Non tutte le aziende saranno disponibili, cioè una misura che riguarderà alla fine pochi lavoratori.

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