Pensione: tutto quello che c’è da sapere, la guida

Pensioni luglio 2021, la quattordicesima: a chi spetta e importo

La pensione è una rendita vitalizia che spetta al momento della cessazione del rapporto di lavoro in corrispondenza del raggiungimento dei requisiti richiesti per accedere alla varie misure. La pensione spetta anche nel caso di inabilità al lavoro o invalidità.

La pensione previdenziale, quindi, spetta soltanto a chi ha versato contributi obbligatori, da riscatto, da ricongiunzione ma anche figurativi o volontari. Ma, effettivamente cos’è la pensione? Si tratta di un salario differito visto che, durante la vita lavorativa il lavoratore rinuncia ad una parte della sua retribuzione (per il versamento dei contributi) per garantirsi una rendita mensile nel momento in cui non lavorerà più.

In Italia, infatti, ogni lavoratore, sia esso dipendente del settore priva, dipendente del settore pubblico ma anche lavoratore autonomo deve essere iscritto obbligatoriamente al proprio ente previdenziale al quale, periodicamente verserà i contributi.

Pensione di vecchiaia

Le pensioni attualmente esistenti sono diverse ma quella maggiormente utilizzata dai lavoratori è la pensione di vecchiaia che spetta al compimento di una determinata età ed in presenza di un determinato numero di anni di contributi.

Nel 2021 la misura richiede 67 anni di età ed almeno 20 anni di contributi versati. Se i contributi sono stati versati a partire dal 1996, però, è richiesto anche un terzo requisito, quello relativo all’importo dell’assegno previdenziale che deve essere pari ad almeno 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale INPS (che nel 2021 ha un importo mensile pari a circa 460 euro).

Esiste, poi, una pensione di vecchiaia raggiungibile con soli 5 anni di contributi al compimento dei 71 anni a patto che tutti i contributi maturati siano stati versati a partire dal 1 gennaio 1996.

Per approfondire l’argomento pensione di vecchiaia consigliamo la lettura dell’articolo: Pensione di vecchiaia, requisiti, modalità ed accezioni

Come andare prima in pensione

Come dicevamo nel paragrafo precedente, esistono numerose misure che permettono il pensionamento, anche anticipato. Una misura strutturale per uscire dal lavoro con un certo anticipo sulla pensione di vecchiaia è quella prevista dalla legge Fornero, la pensione anticipata ordinaria, che richiede per gli uomini 42 anni e 1o mesi di contributi e per le donne 41 anni e 10 mesi di contributi.

Un’altra forma di pensione anticipata strutturale, poi, è prevista dalla legge Dini del 1995, si tratta della pensione anticipata contributiva che permette l’accesso al compimento dei 64 anni con almeno 20 anni di contributi versati a patto che l’importo dell’assegno spettante sia pari o superiore a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale INPS (considerando che l’importo mensile dell’assegno sociale per il 2021 è di 460 euro, l’importo della pensione per l’accesso deve essere pari o superiore a 1288 euro mensili).

Per i lavoratori che hanno iniziato a lavorare molto presto (prima dei 18 anni), se hanno versato almeno 12 mesi di contributi prima del compimento dei 19 anni, vi è la possibilità di accedere alla pensione con la quota 41 al perfezionamento di 41 anni di contributi. Ovviamente la misura richiede anche requisiti specifici in base al profilo di tutela di appartenenza che rendono la possibilità di accedere alla quota 41 non certo facilissima.

Per approfondire i requisiti richiesti dalla quota 41 consigliamo la lettura dell’articolo: Pensione quota 41 precoci: requisiti di accesso e destinatari.

Una misura di anticipo, poi, è stata prevista esclusivamente per le donne lavoratrici, sia dipendenti che autonome. Si tratta del regime sperimentale opzione donna che permette il pensionamento a 58 anni per le lavoratrici dipendenti e a 59 anni per le autonome a patto di aver compiuto gli anni e aver maturato 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2020. La misura, pur offrendo un grosso anticipo non sempre è conveniente visto che prevede di accettare un ricalcolo interamente contributivo dell’assegno previdenziale, cosa che, in alcuni casi potrebbe comportare una penalizzazione anche abbastanza pesante.

Un’altra forma di anticipo, poi, che dovrebbe scadere il 31 dicembre 2021, a meno che non intervenga una nuova proroga, è l’Ape sociale che permette l’accesso al compimento dei 63 anni con 30 anni di contributi per disoccupati, caregiver ed invalidi e con 36 anni di contributi per lavoratori gravosi.

La pensione quota 100, introdotta sperimentalmente per un triennio nel 2019 e con scadenza il 31 dicembre 2021, permette il pensionamento a 62 anni con almeno 38 anni di contributi.

Pensione, come fare domanda

Per poter andare in pensione è necessario presentare apposita domanda. La pensione, infatti, non viene riconosciuta dall’INPS (o da altri enti previdenziali) in maniera automatica al raggiungimento dei requisiti anagrafici e contributivi.

La domanda di pensione deve essere presentata esclusivamente in modalità telematica e nella maggior parte dei casi il lavoratore si rivolge ai patronati, CAF e professionisti abilitati per essere aiutato nella compilazione. Ma è bene sapere che la domanda può essere presentata anche avvalendosi del contact center dell’INPS o in autonomia sul sito dell’istituto.

Se si desidera procedere in autonomia, in ogni caso, è necessario essere in possesso delle credenziali di accesso al portale che possono essere: il PIN INPS, lo SPID, la Carta Nazionale dei Servizi, la carta di identità elettronica.

Presentare la domanda di pensione da soli non è difficile ma è bene armarsi di pazienza perchè si tratta di una compilazione molto articolata.

In questo articolo Domanda di pensione, ecco come si presenta da soli sul sito INPS abbiamo spiegato passo passo come fare da soli a presentare la propria domanda di pensione.

Pensione, come si calcola

Il calcolo dell’assegno di pensione spettante varia in base all’anzianità contributiva. L’anzianità contributiva maturata dal lavoratore si misura con il versamento del primo contributo.

La data spartiacque nel calcolo della pensione è il 1996, data in cui è entrato in vigore il sistema di calcolo contributivo.

 Per chi ha contributi versati solo a partire dal 1 gennaio 1996 il sistema di calcolo applicato per l’assegno è quello contributivo. Per chi invece aveva contribuzione versata prima del 1996 il sistema di calcolo e retributivo o misto, ovvero una parte della pensione è determinata con il sistema retributivo e una parte con quello contributivo.

La parte di pensione calcolata con il sistema retributivo, poi, dipende dal numero di anni di contributi versati al 31 dicembre 1995:

se sono almeno 18 i contributi presi in considerazione con il sistema retributivo sono quelli versati fino al 31 dicembre 2011

se sono meno di 18 anni il sistema retributivo sarà applicato solo per i contributi versati fino al 31 dicembre 1995.

Perchè questa suddivisione del calcolo è così importante? Il sistema retributivo, nella maggior parte dei casi risulta essere maggiormente conveniente visto che la pensione spettante è rapportata alle media delle retribuzioni ricevute negli ultimi anni di lavoro (notoriamente più alte per chi ha avuto carriera continua).

Il sistema di calcolo retributivo, infatti, si basa su 3 elementi principali: l’anzianità contributiva, la retribuzione data dalla media delle retribuzioni degli ultimi 5/10 anni di lavoro, l’aliquota di rendimento pari al 2% annuo della retribuzione media negli anni stabiliti. In teoria, quindi, con il sistema retributivo, con 40 anni di contributi si riusciva ad avere una pensione pari all’80% dell’ultima retribuzione. Cosa che, purtroppo non accade nel sistema contributivo.

Il calcolo con il sistema contributivo, infatti, più semplice e lineare prevede la somma dei contributi versati per ogni anno di lavoro (rivalutata in base al PIL) che si trasforma in pensione applicando il coefficiente di trasformazione che, ricordiamo, varia in base all’età di accesso alla quiescenza. Il sistema contributivo, quindi, funge un pò come un salvadanaio in cui il lavoratore accumula i contributi che poi daranno luogo, rivalutati, alla sua futura pensione.

Pensione, come si calcola il netto dal lordo?

Sapendo il lordo della propria pensione non è difficile calcolare il netto. Infatti basta aggiungere le detrazioni e le deduzioni e togliere le tasse. Quello che potrebbe risultare maggiormente complicato è, appunto calcolare le tasse che gravano sulla pensione, che, in ogni caso, sono basate sugli scaglioni per le aliquote IRPEF.

Ma a cosa può servire calcolare la pensione netta? Potrebbe essere utile a chi ancora non percepisce la pensione e vuol sapere quale cifrà gli spetterà realmente ogni mese. Ma anche chi, pur essendo già in pensione, vuol sincerarsi che l’INPS stia facendo bene i conti.

Innanzitutto è necessario calcolare l’IRPEF che grava sulla pensione spettante. L’IRPEF, ovviamente, si calcola sulle tredici mensilità della pensione annue al lordo e si applica nel seguente modo:

  • fino a 15mila euro: 23%;
  • tra 15mila e 28mila euro: 27%;
  • tra 28mila e 55mila: 38%;
  • tra 55mila e 75mila: 41%;
  • oltre 75mila: 43%.

Se si riceve, ad esempio una pensione lorda di 2500 euro il reddito annuo su 13 mensilità sarà di 32500 euro. L’IRPEF da applicare quindi sarà:

  • del 23% sui primi 15mila euro (3450 euro)
  • del 27% sui redditi tra 15000 e 28mila euro (3510 euro)
  • del 38% sui restanti 4500 euro (1710 euro)

Su una pensione di 32500 euro, quindi, va sottratta l’IRPEF pari a 8670 euro.

Dei 32500 euro lordi, quindi, rimangono23830 euro a cui, poi, vanno sottratte le addizionali regionali e comunali (che variano da regione a regione e da comune a comune, ma in ogni caso la percentuale è la stessa applicata sullo stipendio che si percepiva).

In ogni caso vi illustriamo in modo abbastanza dettagliato come si esegue il calcolo della pensione netta nell’articolo: Pensione, dalla lorda alla netta: il calcolo

Pensione come viene pagata?

Quando un lavoratore sta per accedere alla pensione è lecito che si domandi come avverrà il pagamento delle somme spettanti mensilmente. Infatti in alcuni casi i lavoratori percepivano lo stipendio a inizio mese, in modo anticipato (davvero pochi, in verità), altri, come i dipendenti statali, lo percepivano a fine mese per il mese in corso, altri, la maggioranza, i primi giorni del mese successivo.

Quindi, vista la varietà dei modi di pagamento dello stipendio è lecito chiedersi come viene pagata la pensione, in modo anticipato o posticipato? I primi giorni del mese si percepisce la pensione del mese che sta iniziando o di quello che è appena finito?

Il pagamento della pensione avviene in anticipo: i primi giorni del mese, solitamente il primo giorno bancabile che, a meno che non cada nel fine settimana o in un festivo, coincide con il giorno 1 di ogni mese, si riceve la pensione per il mese che è appena iniziato.

Chi ha diritto alla pensione?

Come è facilmente intuibile per chi è arrivato fin qui nella lettura, una pensione previdenziale è calcolata sui contributi effettivamente versati e proprio per questo motivo potranno avere diritto alla pensione solo coloro che hanno versato il minimo contributivo richiesto.  E, quindi, per accedere alla pensione di vecchiaia chi ha versato almeno 20 anni di contributi (o 5 anni solo nel sistema contributivo) e per le diverse pensioni anticipata solo chi riesce a soddisfare i requisiti anagrafici e contributivi (in alcuni casi solo contributivi) richiesti.

Quattordicesima pensioni: chi ne ha diritto?

Mentre tutti i pensionati (tranne coloro che hanno scelto l’anticipo con l’Ape sociale) hanno diritto alla tredicesima, che viene erogata con la mensilità di dicembre, non tutti i pensionati hanno diritto alla quattordicesima. Ma allora chi ha diritto alla quattordicesima sulla pensione?

Alla quattordicesima si ha diritto solo dal compimento dei 64 anni di età e spetta soltanto per determinate prestazioni previdenziali quali pensione di vecchiaia, pensione anticipata, assegno ordinario di invalidità, pensione con quota 100, pensione con quota 41, opzione donna e pensione anticipata e di vecchiaia contributiva. Non spetta, invece, la mensilità aggiuntiva a chi percepisce prestazioni assistenziali.

Al compimento dei 64 anni, in ogni caso, la mensilità aggiuntiva viene corrisposta soltanto a chi rientra in un reddito stabilito dalla normativa: per redditi fino a 1,5 volte l’assegno sociale INPS spetta l’importo intero (che però varia in base agli anni di contributi versati) per i pensionato con reddito superiore a 1,5 volte ma inferiore a 2 volte l’assegno sociale INPS spetta la quattordicesima in forma ridotta, sempre con importo variabile in base ai contributi versati

Per approfondire i redditi e le cifre spettanti consigliamo la lettura dell’articolo: Pensione: chi ha diritto alla quattordicesima

Chi non ha mai lavorato ha diritto alla pensione?

Questo significa che chi non ha mai lavorato o ha lavorato in nero senza versare contributi non avrà diritto alla pensione di vecchiaia al compimento dei 67 anni.

In alcuni casi, quando a 67 anni si versa in una situazione di disagio economico senza il diritto alla pensione, lo Stato corre in aiuto con l’assegno sociale. Ma attenzione a non far conto a prescindere su questa misura visto che per ottenerla è necessario non avere redditi.

Il limite di redditi consenti per avere diritto all’assegno sociale, infatti, sono molto rigidi e la misura intera spetta solo al pensionato senza reddito alcuno. Se, invece, gli importi di reddito del pensionato (e del coniuge, in caso sia sposato) non sono pari a zero ma rientrano nei limiti si avrà diritto alla prestazione in forma ridotta.

In ogni caso, come scrivevamo sopra, è bene non far conto a prescindere sull’assegno sociale. Facciamo un esempio: un cittadino arriva ai 67 anni senza reddito e senza diritto alla pensione, ma ha il coniuge che lavora o che percepisce la pensione; superando il limite di reddito coniugale il diritto all’assegno sociale non c’è.

Esiste, quindi, la possibilità che il cittadino che non ha versato contributi al compimento dei 67 anni non  abbia diritto a nulla.

Pensione e decesso, cosa fare?

Uno degli ingrati compiti degli eredi di un pensionato defunto è quello di comunicare all’INPS il decesso. Infatti la pensione va interrotta dopo che il pensionato viene a mancare e non avviene in automatico ma dietro comunicazione.

Tutte le somme erogate sul conto corrente del pensionate dopo il decesso, infatti, vanno restituite all’INPS dagli eredi.

Ma come si comunica all’INPS il decesso del pensionato? Tramite i servizi INPS in modalità telematica o, se lo si desidera, anche inviando una raccomandata all’Istituto, una Pec o consegnando la comunicazione direttamente allo sportello dell’INPS.

Nella comunicazione si devono indicare:

  • nome e cognome del pensionato
  • luogo e data di nascita
  • codice fiscale
  • indirizzo di residenza al momento del decesso
  • luogo, data e ora del decesso
  • numero della pensione.

Se il pensionato era titolare di più di un trattamento vanno recapitate all’INPS tante comunicazioni quante erano le prestazioni (vitalizi compresi) percepite dal defunto.

Per approfondire consigliamo la lettura dell’articolo: Pensione: cosa fare in caso di decesso