A 62 anni in pensione perdendo poco e partendo da 20 anni di contributi

Cesare Damiano pensioni

E se alla fine dalla pensione a quote, oppure dalla tanto attesa quota 41 per tutti si tornasse a parlare di pensioni con tagli lineari? Infatti tutte le misure di cui oggi si parla, cioè di quota 100, quota 102, oppure di quota 103 o quota 41, hanno una cosa comune. Servono montanti contributivi elevatissimi. Come se i lavoratori intermittenti, precari, le casalinghe, gli stagionali o semplicemente chi ha difficoltà a trovare lavori duraturi non siano meritevoli di considerazione. Ecco che forse sarebbe meglio parare verso misure differenti, che partendo da una carriera “normale”, riescano a concedere pensionamenti anticipati più facilmente. Anche perché lasciando il pallino ai lavoratori, come la flessibilità prevede, chi esce prima verrebbe penalizzato.

Cosa ci rimette il lavoratore ad andare in pensione prima

In linea di massima il sistema contributivo è basato su due punti fissi. Il calcolo della pensione basato sul montante dei contributi con coefficienti di trasformazione e l’ammontare dei contributi versati. In sostanza significa che più contributi si versano e più si piglia di pensione. E poi che più in avanti con l’età si va in pensione più è favorevole il calcolo della prestazione. Infatti più tardi si esce più alti sono i coefficienti che trasformano il montante dei contributi in pensione. Già con queste penalizzazioni insite nel sistema, il lavoratore potrebbe essere spinto a restare al lavoro anziché scegliere di uscire in pensione con un assegno insufficiente per vivere. A 62 anni in pensione perdendo poco e partendo da 20 anni di contributi è una cosa diversa.

Il taglio lineare per anno di anticipo, cos’è?

Una vecchia proposta prevista nel DDL 857 di Cesare Damiano prevedeva una uscita tra i 62 ed i 63 anni di età per i lavoratori che raggiungevano almeno i 20 anni di versamenti assicurativi previdenziali. Ma accettando un taglio di assegno tra il 2 ed il 3% per ogni anno di anticipo rispetto ai 67 anni di età. In pratica il lavoratore, a sua libera scelta poteva scegliere se e quando lasciare il lavoro. Un anno di anticipo taglio del 2/3%, 2 anni di anticipo taglio del 4/6% e così via. Si chiama flessibilità per questo. E non c’è sistema previdenziale che non abbia flessibilità se le regole di calcolo della pensione sono contributive. Nulla a che vedere con le quote di cui si parla adesso. Anche fissando a 35 anni la soglia minima di una nuova ipotetica quota 100, si potrebbe uscire così solo a 65 anni. Tagliando fuori i più giovani che a 62 anni per esempio, vorrebbero una carriera da 38 anni. Senza considerare i 41 anni di contributi che a 61 anni darebbero diritto all’ipotetica nuova quota 41.

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