Quota 90 flessibile? Ecco la pensione già a 62 anni 

Mario nava
pensione

Pensione a quota 41, quota 100 a 61 anni di età, proroga dell’Ape sociale a 63 anni o di opzione donna a 58 anni. I capitoli di intervento del governo in materia previdenziale ormai appaiono chiari e non vanno molto distanti da queste misure. Ma le controindicazioni di tutte queste misure sono forse superiori ai vantaggi in termini di platea dei potenziali beneficiari. Per questo i lavoratori continuano a sognare misure diverse da queste, ed a suggerire soluzioni. Non mancano forum, blog e social in cui i lavoratori suggeriscono delle loro personali soluzioni per i problemi del sistema previdenziale. Una novità che farebbe contenti in molti è senza dubbio una misura che potremmo definire quote 90 flessibile.

A 62 anni la pensione è possibile anche con discreta flessibilità

Consentire a tutti i lavoratori di poter uscire liberamente a partire dai 62 anni di età non è certo una cosa impossibile da varare. E lo ha dimostrato il primo governo Conte quello con Matteo Salvini e Luigi di Maio Vicepremier. In quel caso fu varata la quota 100 che aveva come età di uscita proprio i 62 anni. Ma la misura era minimamente flessibile, perché consentiva di uscire dal lavoro soltanto a chi aveva maturato almeno 38 anni di contributi versati. Infatti a 62 anni di età non potevano uscire quanti magari avevano 37, 36 o 35 anni di contributi. Consentire invece ai lavoratori di uscire da 62 anni, con carriere inferiori potrebbe essere una soluzione.

Perché le ipotesi che si fanno non sono certo ottimali

A dire il vero le misure che il governo avrebbe intenzione di varare hanno tutte delle controindicazioni come dicevamo in premessa. L’Ape social per esempio è una misura che non prevede la tredicesima, che non può superare i 1.500 euro al mese e che non è reversibile in caso di decesso del pensionato. Inoltre è una misura che riguarda solo quattro particolari categorie che sono gli invalidi, i disoccupati, e i caregivers e i lavori gravosi. L’opzione donna nonostante consenta l’uscita già a 58 anni per le lavoratrici dipendenti, prevede un calcolo contributivo assai penalizzante sull’assegno. L’eventuale quota 41 di cui si parla in questi giorni, partirebbe dai 61 anni di età, ma dai 41 anni di contributi necessari non si potrebbe derogare. Ed anche la quota 100 presenta lo stesso problema, perché per poter uscire a 61 anni di età occorrerebbe completare non meno di 39 anni di contributi versati. Troppi per molti lavoratori a tal punto da rendere impossibile la pensione.

Quota 90 può essere la nuova frontiera delle pensioni?

Con la quota 90 flessibile invece, se venisse fissata a 62 anni l’età minima di uscita, basterebbero 28 anni di contributi versati. La flessibilità verrebbe data dal fatto che a 63 anni potrebbero uscire quanti hanno 27 anni di contributi, a 64 anni chi ne ha 26 e così via dicendo. In pratica si dovrebbe scendere dal punto di vista degli anni di contributi utili e necessari. Solo così si potrebbe consentire a lavoratori che fino ad oggi hanno avuto difficoltà a trovare lavori duraturi, di pensionarsi comunque. Una pensione più vicina quindi, e più estesa.

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