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La flessibilità in uscita allontana le pensioni, ecco perché il 2025 si aprirà male

La flessibilità in uscita allontana le pensioni se davvero le regole di calcolo delle prestazioni saranno penalizzanti.

Andare in pensione sarà sempre più complicato e difficile. Questo ormai è un dato assodato visto che parliamo di un sistema che va sempre dritto verso un inasprimento dei requisiti di accesso alle pensioni. E se con la riforma delle pensioni si dice che verrà introdotta una flessibilità degna di questo nome, è altrettanto vero che per i lavoratori scegliere di andare in pensione prima con le nuove misure del governo diverrà sempre di più una scelta complicata da fare.

La flessibilità in uscita allontana le pensioni, ecco perché il 2025 si aprirà male

Se verranno introdotte nuove misure per favorire la pensione anticipata di un lavoratore, la notizia a prima vista può sembrare positiva. Ma solo se queste misure verranno varate in maniera “pulita” da nuovi e sempre più restrittivi vincoli. Perché altrimenti possiamo dire che è vero che verranno date diverse possibilità ai lavoratori di lasciare prima il lavoro, ma è altrettanto vero che andare prima in pensione sarà una scelta altamente penalizzante. La soluzione di una quota 41 per tutti senza tagli, senza penalizzazioni e senza altri vincoli sarebbe una via utile a favorire l’accesso anticipato a lavoratori che hanno già una lunga carriera, ma non abbastanza lunga per andare in pensione con le anticipate ordinarie. Circa 2 anni in meno di contributi sarebbero necessari per chi guarderebbe con favore alla quota 41 per tutti neutra da vincoli. Lo stesso sarebbe per una ipotetica nuova flessibilità in uscita a 62 o 63 anni, magari portando a 25 anni la carriera contributiva minima prevista. In questo caso il lavoratore avrebbe interesse e favore ad uscire prima, rimettendoci solo la parte di pensione in più cui avrebbe diritto restando al lavoro altri 4 o 5 anni maturando un assegno più alto.

Una analisi approfondita delle nuove ipotesi di riforma del sistema

Invece man mano che passano i giorni, quando si parla di riforma delle pensioni e di nuove misure anticipate, il discorso va sempre verso il contributivo come regola di calcolo degli eventuali nuovi trattamenti. E questo diventerebbe l’ostacolo vero cui si troverebbero di fronte i lavoratori anche se con misure di pensionamento anticipato. Perché accettare di uscire qualche mese prima con la quota 41 e rischiare di rimetterci oltre il 30% di trattamento non crediamo sia una via che a molti piacerebbe prendere. Lo stesso dicasi per chi dovrebbe accettare una riduzione di pensione netta per uscire a 62 anni di età. Misure di questo genere potrebbero diventare solo una soluzione tampone per soggetti disperati o quasi. Gli unici che accetterebbero di buon grado qualsiasi cosa pur di arrivare a fine mese (ma con il sistema di calcolo contributivo difficile arrivare a prestazioni dignitose) sarebbero coloro che hanno perso il lavoro per esempio. Gente che ad una certa età difficilmente troverebbe un nuovo lavoro. Oppure chi per altre questioni, familiari e di salute, pur di lasciare il lavoro accetterebbe qualsiasi cosa. In pratica nuove misure di pensionamento anticipato, del tutto previdenziali, ma con una spiccata attitudine assistenziale come platea di riferimento.

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