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Riforma pensioni

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Una riforma è un rinnovamento, più o meno profondo, di una normativa esistente per adeguarla alle nuove e diverse esigenze. Nello specifico, quindi, una riforma pensioni  consiste in un rinnovamento delle misure che consentono il pensionamento per adeguare quelle già esistenti alle nuove esigenze dei lavoratori. La storia della previdenza italiana può essere divisa in due parti importanti: una prima parte dal 1898, data della nascita della Cassa nazionale di previdenza alla fine degli anni 80 del 1900 e una seconda parte che inizia proprio all’inizio degli anni 90, con la riforma Amato del 1992 per arrivare fino ai nostri giorni. Quello che ci si chiede è come si è arrivati all’attuale situazione previdenziale e per capirlo l’unico modo è di ripercorrere quello che è successo alle pensioni, se non dall’inizio, almeno negli ultimi 40 anni.

Anni 70

Sono gli anni del miracolo italiano e del boom economico quando l’Italia, praticamente navigava nell’oro e proprio per questo nel 1969 si decise di varare una riforma pensioni (Brodolini) che introduceva la formula retributiva del calcolo dell’assegno prendendo in considerazione solo gli ultimi anni di lavoro. Questo sistema di calcolo riusciva a restituire pensioni che arrivavano all’80% dell’ultimo stipendio. A sottolineare il periodo d’oro per le pensioni e i pensionati nel 1973 fecero la loro comparsa le baby pensioni che permettevano ai lavoratori del pubblico impiego di lasciare l’impiego dopo 20 anni di lavoro (per le donne sposate e con figli bastavano 14 anni). I dipendenti privati, invece, dovevano lavorare almeno 25 anni per pensionarsi indipendentemente dall’età. La pensione di vecchiaia si raggiungeva con almeno 15 anni di contributi a 55 anni per le donne e a 60 anni per gli uomini. Un salasso per le casse dello stato al punto che già nel 1982 si annunciò che in futuro sarebbero serviti pesanti tagli per far fronte alle grosse spese affrontate in quegli anni. Ma per altri 10 anni nessuna riforma venne varata

Riforma Amato 1992

Nel 1992 arriva la riforma volta a contenere la spesa previdenziale diventata quasi insostenibile che innalza la pensione di vecchiaia dai 55 ai 60 anni per le donne e dal 60 ai 65 anni per gli uomini. Viene alzata anche la contribuzione minima richiesta dai 15 ai 20 anni.

Riforma Dini 1995

Probabilmente, però solo nel 1995 si rese necessario correre ai ripari del tutto ed in parte ci prova la riforma DINI in vigore dal 1 gennaio 1996. Arriva il sistema contributivo che prevede il calcolo della pensione sul montante contributivo versato moltiplicato per il coefficiente di trasformazione che cresce al salire dell’età della data di decorrenza della pensione, meccanismo che dovrebbe scoraggiare dall’andare in pensione molto presto. Inoltre viene introdotta un’età minima da affiancare ai 35 anni di contributi necessari per accedere alla pensione di anzianità.

Riforma Prodi 1997

Ancora la necessità spinge a nuovi tagli in ambito previdenziale ma questa volta la necessità è quella di rincorrere l’Eurozona per entrare nella moneta unica con i fondatori. I requisiti di accesso alla pensione vengono nuovamente aumentati ma solo per la pensione di anzianità per i lavoratori autonomi. Per le pensioni anticipate della PA, invece, si decide per un blocco delle rivalutazioni ma solo per i trattamenti che eccedono di 5 volte il trattamento minimo.

Riforma Berlusconi 2001

Questa è una riforma che non porta tagli ma solo benefici poichè Berlusconi deve mantenere le promesse fatte in campagna elettorale e quindi vengono adeguate sia le pensioni minime che quelle sociali al milione di lire al mese. Solo nel 2003 arriva la possibilità di cumulare i redditi della pensione di anzianità (che ricordiamo essere liquidata in quegli anni con 37 anni di contributi e 57 anni di età) con redditi da lavoro dipendente ed autonomo.

Riforma Maroni 2004

Con la riforma Maroni del 2004 fa la comparsa per la prima volta lo “scalone” che aumenta l’età anagrafica per accedere alla pensione di anzianità da 57 a 60 ma solo a partire dal 2008. Solo per le donne rimane la possibilità di accedere alla pensione con 57 anni di età e con 35 anni di contributi accettando, però, per il calcolo della pensione il ricalcolo contributivo dell’assegno (opzione donna nella sua prima versione). Quello che interessa l’esecutivo a questo punto e di incentivare i lavoratori a rimanere in servizio e proprio per questo viene inserito un superbonus del 32,7% per chi decide di rinviare la pensione di anzianità.

Riforma Damiano – Padoa Schioppa 2007

Con la riforma del 2007 si dice addio allo scalone (che poco era piaciuto) e si introduce il sistema di pensionamento a quote determinare in vigore dal gennaio 2009: la quota è data dalla somma dell’età e degli anni di contributi versati. Intanto sale l’età di accesso alla pensione di vecchiaia per le donne del pubblico impiego a 65 anni equiparandola a quella degli uomini a partire dal 2012. Altra importante novità introdotta da questa riforma per “aiutare” le casse dello stato è la rateizzazione in scaglioni di 50mila euro (fino a 3 rate) per il TFS dei dipendenti statali.

Riforma Sacconi 2010/2011

Con la riforma Sacconi del 2010 e quella successiva del 2011 si da una svolta essenziale alla previdenza italiana che inasprisce i requisiti di accesso alla pensione introducendo al contempo anche dei meccanismi nuovi. Si assiste ad un aumento dell’età pensionabile sia degli uomini che delle donne e si inserisce la finestra mobile di 12 mesi per l’erogazione della pensione dei dipendenti pubblici e privati (per gli autonomi la finestra è di 18 mesi). Si introduce il meccanismo triennale dell’adeguamento all’aspettativa di vita Istat dell’età pensionabile a decorrere, però , dal 2013 e si fa si che le ricongiunzioni dei contributi diventino onerose.

Riforma Fornero 2012

Con lo scopo di equilibrare la spesa pensionistica pubblica e mettere in sicurezza i conti previdenziali la riforma Fornero, denominata anche Decreto Salva Italia, introdusse delle misure volte ad un risparmio della spesa pubblica per evitare il default dello Stato. Anche se in realtà si è sempre definita la riforma Fornero restrittiva e rigida, le maggiori rigidità sono state introdotte dalla riforma precedente, la Sacconi. La riforma Fornero ha solo contribuito a rendere ancora più rigide le novità poichè ha previsto:
  • Estensione del calcolo contributivo pro rata anche a coloro che inizialmente ne erano stati esclusi dalla riforma Dini, ovvero coloro che al 31 dicembre 1995 avevano maturato almeno 18 anni di contributi. Per questi lavoratori, infatti, il contributivo viene applicato a partire dal 2012.
  • Ridenominazione delle pensione di anzianità in pensioni anticipate e aumento di un anno dei requisiti contributivi di accesso con contestuale abolizione del sistema delle quote.
  • Aumento graduale dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore private che entro il 2018 devono essere equiparate agli uomini ed andare in pensione a 65 anni più finestra mobile di 12 mesi
  • A partire dal 2019 l’adeguamento alla speranza di vita non è più triennale ma biennale
  • Blocco delle perequazioni per le pensioni con importo superiore a 3 volte il trattamento minimo per gli anni che vanno dal 2012 al 2017 (parte della riforma definito poi, incostituzionale dalla Coste Costituzionale con la sentenza numero 70 del 2015).