Pensione colf badanti stranieri 2022 dai 56 anni, la guida

Quali sono le pensioni che possono essere prese da colf e badanti straniere che lavorano in Italia
badanti

Quando si parla di pensioni anche colf, baby sitter e badanti regolarmente assunte, ne hanno diritto.
La normativa che si applica è quella generale, cioè quella che riguarda qualsiasi lavoratore.
Ma esistono alcune regole particolari che riguardano l’altrettanto particolare settore.

Pensione lavoro domestico, cosa accade per gli stranieri

La prima distinzione da tenere a mente per i lavoratori dipendenti del settore domestico è quella tra italiani e stranieri e poi tra stranieri comunitari e stranieri extracomunitari.
Poi c’è la questione rimpatri, perché la pensione per chi ha lavorato in Italia può essere percepita anche se alla fine della carriera si torna al proprio Paese di origine, cosa tutt’altro che rara.


E per i rimpatriati l’accesso alla pensione ha pure delle agevolazioni.
Infatti per i lavoratori extracomunitari rimpatriati assunti dopo il 1° gennaio 1996, le condizioni di accesso alla pensione di vecchiaia sono più favorevoli rispetto a quelle previste per la generalità dei lavoratori.


Questo beneficio riguarda solo colf e badanti stranieri extracomunitari ad esclusione di quelli con contratto di lavoro stagionale, e solo se rimpatriati definitivamente.
Per gli altri l’accesso alla pensione segue le medesime regole valide per la generalità dei lavoratori italiani.

Il diritto alla pensione per gli stranieri

Quando parliamo di pensioni uguali a quelle spettanti agli italiani parliamo di pensione di vecchiaia con 67 anni di età e 20 anni di contributi, e per chi non ha contributi prima del 1996, occorre che la pensione sia superiore ad 1,5 volte l’assegno sociale, cioè poco più di 690 euro al mese.


Per chi ha una invalidità pensionabile pari o superiore all’80%, la pensione di vecchiaia sempre con 20 anni di contributi versati, si percepisce a 61 anni di età per gli uomini e 56 anni di età per le donne. L’invalidità pensionabile è quella che certifica l’Inps con la sua commissione medica.


Non è invece facile da centrare la pensione anticipata, perché non ci sono limiti di età, ma bisogna arrivare a 42,10 anni di contributi versati se uomini e 41,10 se donne, con 35 anni effettivi, cioè senza contributi da malattia e disoccupazione.
Stessi vincoli per quota 41, misura destinata però solo a chi svolge attività gravose (e badanti o lavori agricoli sono due tra le 15 attività previste come gravose) o a chi è disoccupato, invalido o caregivers.

L’agevolazione per gli stranieri

Senza novità, dal 2022 non ci sarà più la quota 100 e nemmeno opzione donna e l’ape sociale (le ultime due a meno di proroghe). Resta in vigore la pensione anticipata contributiva. Per questa misura bastano 64 anni di età e 20 di contributi versati, ma anche una anzianità contributiva successiva al 1995 (nessun contributo versato prima del 1996) e una pensione liquidata solo con importo pari o superiore a circa 1.288 euro al mese.


Con meno di 20 anni si contributi, o con una pensione più bassa di 1.288 euro al mese non c’è via diversa che non sia quella della pensione di vecchiaia a 71 anni di età, quando bastano 5 anni di contributi versati. A 67 anni però, senza contributi e con reddito basso c’è l’assegno sociale, che si percepisce però solo fin quando si è residenti in Italia. Stesso discorso per la pensioni di chi risulta invalido almeno al 74% e rientra nel perimetro dell’assegno di assistenza per invalidi civili parziali. Residenza in Italia necessaria anche per i titolari di pensione d’invalidità civile, per la pensione d’inabilità civile o pensione per invalidi civili totali.

Tornando ai rimpatriati, il diritto alla pensione non si perde in caso di ritorno al proprio Paese d’origine, anche se questo si trova al di fuori dell’Unione Europea. In caso di rimpatrio, se non ci sono contributi antecedenti il 1996, si può ottenere la pensione anche con meno di 5 anni di contributi versati e senza alcun limite relativo all’importo minimo dell’assegno di pensione, ma sempre a 67 anni di età.


In nessun caso di può richiedere all’Inps, la restituzione dei contributi versati in Italia una volta rimpatriati.
In effetti tale facoltà era stata prevista dalla legge Dini, salvo più essere cancellata da una legge successiva, quella conosciuta come Bossi-Fini.

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